«Mentre il mondo si pone il problema della libertà di espressione in rete, l’Italia va verso la censura» (Stefano Rodotà).
Come al solito: quando c’è una buona via da seguire… l’Italia va sempre controcorrente! (o, come titola il blog di Repubblica.it, contromano!)
Non mi resta che proporvi un brano tratto dai Corsi di politica costituzionale di Benjamin Constanf. Si tratta di un’appassionata difesa della libertà di stampa contro ogni forma di limitazione o di censura. Sono trascorsi ben due secoli dalla sua stesura (il testo è del 1818) eppure le parole che possiamo leggervi sono quanto mai attuali. Cosa può voler dire una simile constatazione? Lascio a voi ogni riflessione: ognuno è capace di giungere a proprie considerazioni, non vedo la necessità di alcuna guida interpretativa. Chi vuol continuare a dormire lo faccia pure: ognuno sia responsabile delle proprie azioni.
Ma ora taccio; lascio la parola a Constant.
Bisogna sottolineare che le leggi attraverso le quali si vuole prevenire non sono altro, in realtà, che leggi che puniscono. Voi vietate di stampare se non vi è stata una preventiva censura. Ma se chi scrive vuole aggirare il vostro divieto, come impedirglielo? Bisognerà mettere delle guardie attorno a ogni stamperia conosciuta, e fare delle perquisizioni per scoprire le stamperie clandestine. Siamo all’inquisizione, in tutta la sua forza. D’altro lato, se non adottate questa misura, voi non prevenite più, ma punite; solo che punite un altro delitto, quello che consiste nello stampare senza permesso, invece di punire il delitto di stampare cose riprovevoli. Ma lo scritto sarà stato stampato ugualmente.
La grande argomentazione che di continuo viene addotta è falsa. Ci vuole una censura, si dice, perché se non ci sono che le leggi penali, l’autore potrà essere punito, ma il male sarà ormai stato fatto. Ma se chi scrive non si sottomette alla vostra censura, se stampa clandestinamente, potrà certo essere punito per questa infrazione alla legge, ma il male sarà già stato fatto. Avrete così due delitti da punire anziché uno, ma non sarete riusciti a prevenire nulla. Se credete che gli scrittori non si spaventino del castigo che potrà colpirli per il contenuto dei loro scritti, come potete credere che si spaventino del castigo derivante dalle modalità di pubblicazione?
Otterrete addirittura risultati opposti ai vostri obiettivi. Quell’uomo che, spinto dal desiderio di far conoscere il suo pensiero, disobbedisce una prima volta, ma che, se avesse potuto manifestarlo innocentemente, non avrebbe attraversato i confini del lecito, non avendo ora più nulla da perdere, attraverserà questi confini, per dare al suo scritto più forza, e perché sarà esacerbato o impressionato dal pericolo stesso che corre. Lo scrittore che si sia rassegnato una volta a violare la legge, sottraendosi alla censura, non ha alcun ulteriore interesse a rispettare questa legge nelle sue altre disposizioni. L’autore che scrive pubblicamente è sempre più prudente di quello che si nasconde. L’autore che risiede a Parigi è più moderato di quello che si rifugia ad Amsterdam o a Neufchatel.
Il governo si convincerà, dunque, ne sono certo, della necessità di lasciare completa libertà per ciò che riguarda libretti e opuscoli, fatta salva la responsabilità di chi scrive e di chi stampa, poiché vedrà che questa libertà è il solo mezzo per evitare la licenza dei libelli stampati all’estero o sotto una etichetta straniera: e concedere questa libertà perché il ragionamento gli dimostrerà che ogni censura, per quanto indulgente o leggera, priva l’autorità, così come il popolo, di un beneficio notevole, soprattutto in un paese dove tutto è da fare, o da modificare, e dove le leggi per essere efficaci devono non soltanto essere buone, ma conformi al volere generale.
(da Corsi di politica costituzionale di Benjamin Constanf)

