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«Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora». Così cantava Fabrizio De Andrè nella sua canzone, La guerra di Piero.

Travisando volutamente le intenzioni del testo di De Andrè (di una chiara riflessione contro la guerra), usiamo questo incitamento per sostenere Google in coro. Ma la nostra è una guerra pacifica: è la guerra dell’informazione; della libera informazione.

Insomma, siamo alla Google war! È così che qualche giorno fa Vittorio Zambardino titolava il suo articolo sul blog di la Repubblica.

Cosa sia mai successo? Ebbene, Google ha minacciato di abbandonare la Cina dopo aver subito attacchi sempre più frequenti da parte di hacker cinesi che, secondo Federico Rampini, si sospetta siano al servizio della censura di Stato (vedi l’articolo su la Repubblica).

Di fronte a questi fatti Google non è stata a guardare ed ha eliminato dalla sua piattaforma ogni tipo di software dedicato alle attività di “filtraggio”, cioè di censura dei contenuti nei risultati delle ricerche, così come era stabilito dai precedenti accordi col governo cinese. E, per la prima volta nella storia, ora il Dalai Lama è visibile anche sulle pagine di ricerca di Google Cina.

È indubbio che dietro questa mossa si nascondano interessi di marketing. Ma si tratta anche di un’operazione politico-culturale in pieno stile: appoggiata dalla Casa Bianca, Google sta parlando al mondo intero, Europa compresa e in modo particolare, «guarda caso, all’Italia e alla Francia, dove legislatore e azioni giudiziarie stanno mettendo a serio rischio l’operatività di Google come piattaforma di libera espressione dei cittadini. È il problema del quadro della politica e delle leggi che entrano in conflitto diretto con l’industria digitale per difendere interessi “nazionali”». Anche il Guardian ne parla con un articolo di Rebecca MacKinnon.

E se Google dà avvisaglie di malcontento, qualche imposizione (o tentativo di imposizione) da parte del nostro governo (e di quello francese) senz’altro l’avrà subita. Signori, corriamo seriamente il rischio di veder ripristinata la “cara” e vecchia censura!

«E mentre il grano ti stava a sentire

dentro alle mani stringevi un fucile

dentro alla bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole».

C’era una volta… la scuola »

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Ebbene sì, per lo Stato italiano tutti i docenti precari appartengono alla categoria degli Eretici, fatto salvo coloro che insegnano la religione cattolica.

È questo quel che si apprende leggendo l’articolo di Salvo Intravaia su la Repubblica: Scuola, aumenti ai professori ma solo a quelli di religione

Insomma, per poter godere a pieno titolo dei propri diritti (per lo Stato italiano) bisogna essere cattolici di professione, non solo di nascita. Altro che pari dignità sociale! Con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione italiana (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali).

O forse nelle intenzioni di chi ci governa si nasconde la volontà di far scatenare una guerra tra poveri per indebolire ulteriormente una categoria che sta già contando i cocci di una compattezza oramai definitivamente tramontata?

La guerra di Google »

« Riflessioni su “il colore del sangue italiano”

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